Archivio per Pubblicità

Avvio di una piattaforma europea di città contro la pubblicità sessista

Launching an EU platform of cities against sexist advertisement

6 Marzo 2018 – Parlamento Europeo

Avvio di una piattaforma europea di città contro la pubblicità sessista

Avvio di una piattaforma europea di città contro la pubblicità sessista

A Imola stop alle pubblicità sessiste Le vieterà un regolamento comunale

Da Corriere della Sera

Il nuovo codice mette al bando doppi sensi e volgarità nelle affissioni pubbliche. Il sindaco: «Rispettiamo la dignità delle persone , preveniamo violenza e degrado.

Via le frase volgari e i doppi sensi dai cartelloni pubblicitari. Basta con i “fagliela vedere” e i “ve lo mettiamo in mano” a caratteri cubitali che occhieggiano sempre più spesso dai muri di piazze e viali. Imola va alla guerra contro il cattivo gusto e contro il sessismo: la città emiliana, prima in Italia, sta per adottare un regolamento che vuole introdurre criteri di correttezza e di rispetto anche negli slogan destinati a finire sulle affissioni pubbliche. Una iniziativa di “salute pubblica” in cui la campagna anti volgarità va di pari passo con un altro malcostume tipico dei giorni che viviamo, la lotta al gioco d’azzardo, la cui reclàme troverà anch’essa meno spazio nei cartelloni pubblicitari di Imola.

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PUBBLICITÀ SESSISTA: MILANO RALLENTA GLI ALTRI CORRONO. FARE DI PIÙ

Pubblichiamo l’articolo di Donatella Martini, Presidente dell’associazione Donne in Quota, apparso in “Arcipelago Milano”, settimanale milanese di politica e cultura.

Il sessismo nei media (e nella società) è un problema culturale e come tale dovrebbe essere affrontato, sicuramente partendo dall’educazione di base dei nostri figli ma (in)formando anche gli adulti, siano essi genitori o insegnanti, come dicevamo su queste colonne il 9 luglio.

04martini28FBLe proposte suggerite dalle componenti del tavolo Donne e pubblicità, costituito dalla delegata alle Pari Opportunità del Sindaco Pisapia, partivano proprio dal cambiamento culturale, affrontato su due livelli: il primo e più importante sicuramente riguarda il lavoro nelle scuole ma richiede tempi lunghi e quindi, data l’emergenza, deve essere coadiuvato dall’intervento del legislatore, come già successo in molti paesi europei. Con una legge, la società cambia, evolve più rapidamente, come sta già succedendo per esempio con la legge Golfo/Mosca sulle quote rosa nei Consigli di amministrazione: finalmente il processo di cooptazione dei componenti dei C.d.A. si è aperto anche alle donne.

Il Comitato Immagine Differente, formato dalla CGIL – Camera del Lavoro di Milano, da DonneinQuota e da un’altra associazione, le Amiche di ABCD, al tavolo Donne e Pubblicità del Comune di Milano aveva chiesto il sostegno al disegno di legge “Sulla parità e la non discriminazione tra i generi nell’ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione”, depositato in Parlamento nel 2010. In Italia esiste infatti un vuoto normativo che altri paesi europei hanno colmato da anni. In Spagna poi, la pubblicità sessista è illegale e la proibizione è inserita nella legge contro la violenza di genere. È una legge del 2004 e si intitola “Misure di prevenzione contro le violenze di genere“.

Il disegno di legge proposto del Comitato Immagine Differente tutela la dignità della donna, ma anche dell’uomo, nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione e promuove l’affermazione di un’immagine egualitaria e non stereotipata di ambedue i generi nella società. E istituisce una Commissione garante nel Ministero per le Pari Opportunità, che ha il compito di valutare d’ufficio o su segnalazione la liceità della pubblicità e della comunicazione e può disporre con provvedimento motivato la sospensione provvisoria di campagne pubblicitarie in violazione della presente legge e ordinare la rimozione delle medesime.

Questo articolo è, a nostro avviso, molto importante perché attribuisce il controllo dell’immagine delle donne nei media al Ministero delle Pari Opportunità (o dei Diritti delle Donne, come piacerebbe a noi si chiamasse), un ente pubblico preparato a farlo. Peccato che dal governo Monti in poi il Ministero delle Pari Opportunità sia stato “declassato” a semplice Dipartimento e, di conseguenza, non abbiamo una Ministra alle Pari Opportunità dai tempi di Mara Carfagna. Ma questa è un’altra questione.

È, secondo noi, un grosso errore delegare all’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP) la gestione dell’immagine delle donne in pubblicità. Lo IAP è formato da avvocati e giuristi che non si capisce come mai si debbano intendere di pubblicità, men che meno di sessismo in pubblicità. Si avvalgono anche di consulenti esterni per affrontare alcune tematiche ma non di esperte di genere, le uniche in questo caso con la preparazione idonea. Ciò che propone il ddl differisce totalmente da quanto fatto finora, a partire dal protocollo che la Ministra alle Pari Opportunità Mara Carfagna firmò con lo IAP nel 2011, già citato nel precedente articolo.

Le intenzioni della Ministra erano buone in quanto cercava di ovviare a una grossa magagna dello IAP: la lentezza nei procedimenti. Le campagne pubblicitarie, infatti, durano 15 giorni e se la verifica delle segnalazioni non avviene celermente, è perfettamente inutile farle. Ma prima di firmare questo protocollo bisognava, secondo noi, ragionare sullo IAP. La Ministra non l’ha fatto, ha scelto di non ascoltare il territorio. E noi stiamo ancora pagando i suoi errori e le sue omissioni.

La nostra richiesta di sostegno al ddl non è stata accolta dalla delegata del Sindaco Pisapia, forse perché necessitava troppo coraggio. Già nel 2010 alla prima audizione sull’argomento che la Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano, allora guidata da Patrizia Quartieri, DonneinQuota propose una soluzione semplice, a costo zero: far firmare alle concessionarie di pubblicità un codice etico, contestualmente alla firma del contratto di concessione degli spazi pubblicitari, a protezione dell’immagine delle donne. Nel caso di infrazione, la concessionaria perde la concessione ma deve continuare a pagare gli spazi.

Allora la giunta era di centro destra e, come ci aspettavamo, non ha accolto la nostra proposta. Dalla giunta Pisapia invece non ci aspettavamo proprio questo finto ascolto. L’Italia però fortunatamente non è solo Milano, con la sua delibera tanto sbandierata ma poco efficace perché interessa solo il 7% degli spazi pubblicitari. Dapprima Rimini nel 2012 ma quest’anno in regione Emilia Romagna e proprio in questi giorni a Bologna stanno accadendo cose interessanti.

Il Protocollo contro la pubblicità sessista del Comune di Rimini, fortissimamente voluto dall’Assessora alle Politiche di Genere Nadia Rossi, è un encomiabile esempio di pragmatismo, replicabile nelle piccole città. Le agenzie di pubblicità e di comunicazione presenti sul territorio riminese si sono impegnate a rispettare la normativa europea in materia (la già citata Risoluzione del Parlamento Europeo n° 2038/2008 e successive) e a non diffondere immagini discriminatorie contro le donne.

La città di Bologna, invece, potrebbe essere la prima città in Italia a vietare negli spazi pubblici l’affissione di pubblicità sessiste. La Presidente del Consiglio Comunale Simona Lembi e la consigliera Mariaraffaella Ferri hanno presentato proprio in questi giorni un Ordine del giorno in Consiglio per modificare il regolamento comunale per le concessioni pubblicitarie.

È datato marzo di quest’anno il Protocollo d’intesa che l’assessora alle Pari Opportunità della Regione Emilia Romagna, Donatella Bortolazzi, ha firmato con la presidente del Corecom (Comitato Regionale per le comunicazioni) della stessa regione, Giovanna Cosenza, e con altri ancora. Anche se non è specificatamente diretto alla pubblicità, i firmatari si propongono di incidere sui cambiamenti culturali, promuovendo un’immagine equilibrata e plurale di donne e uomini, che contrasti gli stereotipi di genere nei media e favorisca la conoscenza e la diffusione dei principi di uguaglianza, pari opportunità e valorizzazione delle differenze.

Giovanna Cosenza, docente di semiologia all’Università di Bologna, si occupa da anni di pubblicità sessista e non ci sorprende che, diventata Presidente del Corecom nel 2013, abbia egregiamente lavorato sul tema. Ci piacerebbe che tutte/i le/i presidenti dei Corecom si adoperassero in merito, a partire da Federica Zanella, la Presidente del Corecom Lombardia.

Dal 2008, anno in cui DonneinQuota ha iniziato a occuparsi di pubblicità sessista, a oggi la situazione è cambiata. Innanzitutto l’opinione pubblica ha acquisito sensibilità al tema, grazie all’opera di divulgazione alla cittadinanza di tante associazioni femminili come la nostra. Ma altre donne hanno risposto all’appello, a partire dall’ex Ministra Mara Carfagna per finire alle consigliere e assessore comunali, provinciali e regionali di tutta Italia o alla Presidente del Corecom Emilia Romagna. Hanno sicuramente aiutato le esternazioni sul tema dell’ex Ministra Elsa Fornero e della Presidente della Camera, Laura Boldrini. Anche il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è espresso più volte sul sessismo in pubblicità.

Certo, non tutto quello che è stato fatto è buono, ma può essere sicuramente migliorato se si ascoltano le realtà che si occupano di questo tema da anni. Per quanto ci riguarda la soluzione è alquanto semplice: educazione alla parità dalle scuole materne e una legge nazionale contro il sessismo nei media. Bisogna solo volerlo.

Donatella Martini
presidente associazione Donne in Quota

La Commissione di Vigilanza Rai approva il nuovo Contratto di Servizio con (quasi) tutte le osservazioni di DonneinQuota

Il Contratto di servizio tra il Ministero dello sviluppo economico e la RAI Radiotelevisione italiana S.p.a. per il triennio 2013-2015, ha appena superato il vaglio della Commissione Parlamentare.

Occorre sottolineare il contributo apportato dall’Associazione DonneinQuota, che tramite le puntuali osservazioni presentate, sia durante la preparazione con il Viceministro Catricalà che in audizione in Commissione Vigilanza, ha contribuito in modo sostanziale, dal punto di genere, alla stesura del Contratto stesso.
E’ un grosso successo, non solo per le persone di DQ, ma per tutte noi donne.

Un doveroso grazie all’Associazione “DonneinQuota”.

COMUNICATO STAMPA

Il Contratto di Servizio 2013-2015 che ha appena superato il vaglio della Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi  è un grosso passo avanti per le donne italiane.

Se il Contratto di Servizio scaduto conteneva per la prima volta nella storia della tv pubblica alcuni emendamenti sull’immagine della donna in televisione – peraltro mai applicati – la nuova edizione ha fatto un balzo in avanti verso una rappresentazione del genere femminile meno stereotipata e più attenta alla realtà.

L’associazione DonneinQuota ringrazia il Presidente Fico e tutta la Commissione Parlamentare per l’indirizzo generale e la Vigilanza dei Servizi Radiotelevisivi per la sensibilità mostrata nell’accogliere i nostri suggerimenti durante l’audizione che si è svolta l’8 gennaio a Roma.

La bozza del Contratto di Servizio che è arrivata in Commissione lo scorso ottobre conteneva già quasi tutte le osservazioni che DonneinQuota, l’Avv. Barbara Spinelli, Claudia Signoretti di Pangea avevano inviato e discusso con l’ex Viceministro Catricalà, il primo destinatario dei nostri più sentiti ringraziamenti.

Possiamo essere orgogliose del lavoro compiuto, svolto sempre tenendo presente le future generazioni, anche nella consapevolezza che il compito più arduo consisterà nel far applicare le norme “di genere” inserite nel Contratto.

Milano, 11 maggio 2014

Ufficio stampa

d.martini@donneinquota.org

www.donneinquota.org

Documenti:

Audizione in Commissione Vigilanza RAI

Commissione Vigilanza RAI – PARERE APPROVATO – 7 Maggio 2014

Atto del Governo sottoposto a parere parlamentare n. 31  - Schema di contratto di servizio tra il Ministero dello sviluppo economico e la RAI-Radiotelevisione Italiana Spa, per il triennio 2013-2015

 

Vigilanza_RAI_DonneinQuota

Massimo Guastini – Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento Europeo

Il Comitato Immagine Differente aderisce e sostiene quanto scritto da Massimo Guastini, Presidente dell’ADCI – “L’Art Directors Club Italiano. La libera associazione dei creatori di contenuti.”
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Se Laura Boldrini è incompetente lo sono anche Onu, Cedaw e Parlamento europeo.
Pubblicato il da Massimo Guastini

Mi ero ripromesso di restare fuori dalla gazzarra generata dalla chiacchierata tra Giuseppe Cruciani e Guido Barilla.L’indegna deriva denigratoria, ai danni della Presidente della Camera, mi crea però un profondo disagio. Civico e umano. Impossibile assistere in silenzio.L’intervista di Cruciani a Guido Barilla è stata chiaramente concepita per creare un bel vespaio intorno alle dichiarazioni rilasciate da Laura Boldrini, il 24 settembre, al convegno “donne e media”.Per chi non lo sapesse, l’Onorevole Boldrini si era dichiarata sconcertata dagli spot ancora ancorati allo stereotipo mamma-moglie che serve la famiglia a tavola.Non è difficile immaginare il tenore dell’invito rivolto da Cruciani a Guido Barilla: “Laura Boldrini ce l’ha con i suoi spot pubblicitari, vuole venire in trasmissione a parlarne?”

Poi, la registrazione della puntata è andata come sappiamo tutti. Tanta di quella “carne al fuoco” che in redazione si saranno leccati le dita. Quasi non sapevano scegliere il piatto forte.

Il 26 settembre mattina, alle 11.57, il mittente “G La Zanzara” ha inviato alla propria mailing list un’anticipazione sulla trasmissione prevista nel tardo pomeriggio.

Per brevità riporto solo la “subjectline” della email arrivata in bold:

Guido Barilla (presidente gruppo Barilla) choc a La Zanzara su Radio24: “Mai spot con una famiglia gay, sono per famiglia tradizionale”.
“In azienda abbiamo concetto sacrale della famiglia”. “Gay? Rispetto tutti, basta che non disturbino gli altri”

Lo stesso mittente, il giorno dopo, tra le 15.13 e le 15.14 ha inviato altre due email. Questi gli “urli” sparati in subject line e sempre in bold:

1. Guido Barilla (presidente gruppo Barilla) a La Zanzara su Radio 24 attacca la Boldrini: “Boldrini? Non sa nulla di pubblicità, patetica”. “La Boldrini fa danni a se stessa”

2. Guido Barilla (presidente gruppo Barilla) a La Zanzara su Radio 24 difende Berlusconi: “Berlusconi sarebbe un testimonial perfetto”. “Marina Berlusconi e Barbara fuori dalla politica, altrimenti le ammazzano”. “Berlusconi ha sofferto per magistratura”.

Salto le opinabili divagazioni sui gay e su Berlusconi perché, a differenza di Cruciani, a me interessa restare concentrato sulla questione discriminazioni di genere, generosamente perpetuate in Italia dall’intero sistema dei media (quindi anche dalla pubblicità) oltre che dai livelli più alti delle istituzioni, durante il regno di Berlusconi I.

Contrariamente alle opinioni personali di Guido Barilla e dello stesso Cruciani, la nostra Presidente della Camera si dimostra, da tempo, più competente e attenta alla comunicazione rispetto a gran parte degli operatori di settore.

Ecco cosa ne pensa invece Giuseppe Cruciani. Minuto 35 e 55” della puntata trasmessa il 26 settembre:

Il Signor Barilla, poco prima di fare le affermazioni che ha fatto sulla vicenda degli spot omosessuali ha detto una cosa sacrosanta…cioè che il Presidente della Camera Boldrini non può permettersi di rompere le balle…ovviamente non ha detto così questo lo traduco…di rompere le balle sulla vicenda degli spot della donna che serve a tavola eccetera….non è sua competenza. Addirittura ha detto (Guido Barilla) che è patetica…poi manderemo tutto in onda…perché questa cosa qui ce la siamo dimenticati e su questo aveva ragione al 100%.

Il Signor Cruciani, oltre che incompetente in materia pubblicitaria, si rivela poco informato o fa finta di non sapere nulla delle richieste mosse da Cedaw e Onu all’Italia. Per non parlare della “Risoluzione del Parlamento europeo sull’impatto della pubblicità e del marketing sulla parità tra donne e uomini“.

Non credo di dover spiegare cosa sia l’Onu. Vale forse la pena di ricordare cosa sia Cedaw, il più importante strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di diritti delle donne.

Nel 2005 Cedaw si definiva “profondamente preoccupato dalla rappresentazione data delle donne da parte dei mass media e della pubblicità (in Italia), per il fatto che viene ritratta come oggetto sessuale e in ruoli stereotipati”.

Nel 2011, lo stesso Comitato CEDAW esprimeva il proprio disappunto per il mancato sviluppo di “un programma completo e coordinato per combattere l’accettazione generalizzata di ruoli stereotipati tra uomo e donna”, e ribadiva la propria profonda preoccupazione “per la rappresentazione della donna quale oggetto sessuale e per gli stereotipi circa i ruoli e le responsabilità dell’uomo e della donna nella famiglia e nella società”.

Questi stereotipi, aggiungeva il Comitato CEDAW “contenuti anche nelle dichiarazioni pubbliche rese dai politici, minano la condizione sociale della donna, come emerge dalla posizione svantaggiata delle donne in una serie di settori, incluso il mercato del lavoro e l’accesso alla vita politica e alle cariche decisionali, condizionano le scelte delle donne nei loro studi ed in ambito professionale e comportano che le politiche e le strategie adottate generino risultati ed impatti diseguali tra uomini e donne”.

Anche la Relatrice Speciale dell’ONU contro la violenza sulle donne, nel suo rapporto sulla missione in Italia (2012), descrivendo la situazione generale delle donne nella società ha evidenziato che:
“gli stereotipi di genere, che determinano il ruolo di uomini e donne nella società, sono profondamente radicati. Le donne portano un pesante fardello nei lavori domestici, mentre il contributo degli uomini è tra i più bassi al mondo. Con riferimento alla rappresentazione delle donne nei media, nel 2006, il 53% delle donne apparse in televisione era muta, mentre il 46% era associata a temi di sesso, moda, bellezza e solo il 2% a temi sociali e professionali”.

Cosa è stato fatto dai nostri governi, tra il 2005 e il 2013, per rispondere ai solleciti di Onu e Cedaw? Niente.

Per questo l’Italia è 98 posizioni dietro al Burundi per quanto riguarda le opportunità economiche riservate alle donne (slide 23 del Global Gender Gap Report 2012).

Capisco che in questo Paese, abituato a glissare sistematicamente sul tema discriminazioni di genere, possa creare stupore una Presidente della Camera che invece ci invita tutti a riflettere, per innescare un cambiamento.

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