RELAZIONE ILLUSTRATIVA

La presente proposta di legge intende attuare i principi costituzionali di parità e di non discriminazione di genere anche nell’ambito della pubblicità e dei mezzi di comunicazione.

La Costituzione sancisce il diritto di ogni individuo, oltre che alla vita e all’integrità fisica, anche all’integrità morale e alla propria realizzazione personale. Lo Stato, per rendere effettivi questi diritti, ha l’obbligo di intervenire per eliminare ogni forma di discriminazione che comporti disuguaglianze fra gli individui, in particolare, ai fini che qui interessano, basate sul genere.

A tal fine si rivela necessario un idoneo bilanciamento che il legislatore è chiamato ad operare tenendo conto dei diritti e delle diverse posizioni soggettive, in particolare la tutela della dignità della persona e la libertà di espressione (artt. 2, 3, 21 e 33 Cost.), nonché la libertà di iniziativa economica (art. 41 Cost., comma 1°) che deve svolgersi nel rispetto dell’utilità sociale (art. 41 Cost., comma 2°). Quest’ultima intesa in senso più ampio ricomprende anche il contributo, attraverso una comunicazione consapevole, alla creazione della cultura di una società libera da stereotipi legati al genere.

Se è pur vero che dal secolo scorso e sempre più negli ultimi anni, nel nostro ordinamento, si sono registrate grandi trasformazioni nel rapporto tra i due generi, dal riconoscimento e regolamentazione dei diritti al voto, al lavoro, all’istruzione, alla procreazione responsabile e dunque alla contraccezione, nonché al divorzio, fino alla recente penalizzazione degli atti persecutori ( stalking), nondimeno con lo sviluppo delle moderne tecnologie si assiste alla diffusione sempre più ampia di messaggi pubblicitari e comunicazioni, attraverso qualsiasi forma di media, che tendono a trasfigurare l’immagine femminile e maschile sino ad arretrare  rispetto a queste conquiste, realizzando spesso una forma di violenza che si potrebbe definire “mediatica”. Quest’ultima, infatti, porta a vedere offesa la dignità della persona, in particolare delle donne, attraverso l’uso molto spesso strumentale e umiliante del corpo. Come sappiamo, peraltro, le immagini costituiscono un potente canale di trasmissione di valori o disvalori che raggiungono le persone (donne, uomini, bambini) in maniera spesso indiscriminata.

Lo Stato deve dunque dotarsi di provvedimenti positivi di azione che eliminino ogni atto di violenza palesemente lesiva dei diritti fondamentali. In particolare, come si è anticipato, si intende fare riferimento ai diritti di libertà, uguaglianza e non discriminazione nel campo della pubblicità e dei mezzi di comunicazione.

Il presente disegno di legge si inserisce perfettamente nel quadro di attuazione di questi principi costituzionali e va a colmare un significativo vuoto normativo armonizzandosi, tra le altre cose, con la normativa di contrasto alle discriminazioni di genere (d.lgs. 11 aprile 2006, n. 198) e con la normativa in materia di pubblicità ingannevole e comparativa (d.lgs. 25 gennaio 1992, n. 74).

Occorre sottolineare, peraltro, come tali principi siano stati espressi in molteplici disposizioni anche a livello europeo.

Il Parlamento europeo (risoluzione del 14.10.1987, in tema di raffigurazione e posizione della donna nei mezzi di comunicazione di massa) ha raccomandato ai mezzi di comunicazione, alle società pubblicitarie, ai governi e alle forze sociali di adottare misure concrete per incoraggiare la promozione della donna e garantire le pari opportunità.

Successivamente, il Consiglio (3.10.1989) ha affermato che la pubblicità televisiva non deve ledere la dignità umana né comportare la discriminazione fondata sul sesso. È stato inoltre promosso un programma di azione (1991 – 1995) in cui si sono previste azioni di promozione di una immagine della donna positiva, tra cui emergono la promozione di una migliore rappresentanza delle donne nell’industria dei mezzi di comunicazione.

Nel 1991, il Consiglio ha adottato una risoluzione con cui ha invitato gli Stati membri a promuovere una migliore partecipazione delle donne a tutti i livelli nel settore dei mezzi di comunicazione e a elaborare programmi che diano una immagine realistica e completa della donna nella società.

Con la risoluzione del Consiglio del 5.10.1995, inoltre, si è da un lato affermata l’adesione al principio della libertà di espressione nonché al principio della libertà di stampa e degli altri mezzi di comunicazione, dall’altro si è posto in evidenza che gli stereotipi sessuali nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione sono uno degli elementi di ineguaglianza che influenzano i comportamenti stessi tra uomini e donne. Tale assunto pone la necessità di promuovere la parità in tutti i settori della vita sociale e in tutte le fasce di età.

La risoluzione del Parlamento Europeo sulla discriminazione della donna nella pubblicità del 6.10.1997, nel ribadire la condanna degli stereotipi sessisti, esorta i mezzi di comunicazione e il settore della pubblicità a contribuire al cambiamento della mentalità allo scopo di concretizzare effettivamente la parità tra i generi e ad abbandonare espedienti tecnici e raffigurazioni immaginose che riducono il ruolo femminile alla bellezza fisica e alla disponibilità sessuale; incoraggia esempi virtuosi di pubblicità all’insegna della non discriminazione e della parità di opportunità con strumenti originali e moderni.

Da ultimo, si segnala la risoluzione del Parlamento europeo del 3.9.2008, che ribadisce come la pubblicità presenti anche messaggi pubblicitari discriminatori e degradanti, basati sul genere, con ciò rappresentando un ostacolo per una moderna e paritaria società, al pari di qualunque altro stereotipo di genere in ogni forma.

Si afferma, inoltre, che “la pubblicità sui vari media è parte della vita quotidiana di tutti; che è particolarmente importante che la pubblicità sui media sia disciplinata da norme etiche e/o giuridiche vincolanti e/o dai codici di condotta esistenti che proibiscono la pubblicità che trasmette messaggi discriminatori o degradanti basati sugli stereotipi di genere o che incita alla violenza” (lett. P).

Sotto quest’ultimo profilo, che pone una relazione tra pubblicità sessista e violenza contro le donne, si rivela essenziale l’invito rivolto agli Stati membri “a provvedere con idonei mezzi affinché il marketing e la pubblicità garantiscano il rispetto della dignità umana e dell’integrità della persona, non comportino discriminazioni dirette o indirette né contengano alcun incitamento all’odio basato su sesso, razza o origine etnica, religione o convinzioni personali, disabilità, età o orientamento sessuale, e non contengano elementi che, valutati nel loro contesto, approvino, esaltino o inducano alla violenza contro le donne” (n. 19).

Di questa risoluzione si deve sottolineare in particolare l’attenzione per l’impatto della pubblicità sull’infanzia (lett. K: “considerando che gli stereotipi di genere possono contribuire fin dai primi anni di socializzazione del bambino a una discriminazione di genere che consolida il perpetuarsi delle ineguaglianze tra uomo e donna lungo tutto l’arco della vita e l’emergere di comportamenti di segregazione in base al genere”; lett. O: “considerando che i bambini sono un gruppo particolarmente vulnerabile, in quanto ripongono la loro fiducia non solo nelle figure di autorità ma anche nei personaggi di racconti, programmi televisivi, libri illustrati, materiale didattico, videogiochi, pubblicità di giocattoli, ecc.; considerando che i bambini imparano imitando e mimando le proprie esperienze e che, per questo motivo, la pubblicità che presenta stereotipi di genere non solo influisce sullo sviluppo individuale, ma accentua anche la percezione per cui il sesso di appartenenza determina cosa è possibile e cosa non lo è”; n. 10 : “sottolinea che la presenza di stereotipi negli spot pubblicitari trasmessi durante i programmi per i bambini costituisce un vero problema a causa delle sue potenziali ripercussioni sulla socializzazione di genere e, di conseguenza, sul modo in cui i bambini vedono se stessi, i propri familiari e il mondo esterno”; n. 11: “constata che gli sforzi volti a combattere gli stereotipi di genere nei media e nella pubblicità dovrebbero essere affiancati da strategie e misure educative per sensibilizzare i bambini dall’infanzia e per sviluppare il senso critico fin dall’età adolescenziale”, risoluzione cit.) e sul lavoro (lett. L: “considerando che lo stereotipo di genere è controproducente e nel mercato del lavoro contribuisce a creare divisioni di genere nell’ambito delle professioni in cui le donne generalmente guadagnano meno degli uomini”, risoluzione cit.).

L’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea (versione consolidata rispetto al Trattato di Lisbona), inoltre, dispone che “L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.

Occorre sottolineare come l’art. 6 TUE, come modificato dallo stesso Trattato di Lisbona, attribuisca alla Carta di Nizza lo stesso valore giuridico dei Trattati. Risultano così espressamente, anche mediante il rinvio che conferisce efficacia vincolante, richiamati i principi espressi dalla Carta e, in particolare, l’art. 21 che dispone che “È vietata qualsiasi forma di discriminazione fondata, in particolare, sul sesso, la razza, il colore della pelle o l’origine etnica o sociale, le caratteristiche genetiche, la lingua, la religione o le convinzioni personali, le opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, l’appartenenza ad una minoranza nazionale, il patrimonio, la nascita, gli handicap, l’età o le tendenze sessuali”. Si stabilisce, inoltre, che “Nell’ambito d’applicazione del trattato che istituisce la Comunità europea e del trattato sull’Unione europea è vietata qualsiasi discriminazione fondata sulla cittadinanza, fatte salve le disposizioni particolari contenute nei trattati stessi.

Si possono, sia pur brevemente, richiamare i modelli adottati dal alcuni paesi europei.

In particolare, in Austria, oltre a un organismo di autocontrollo, è stata adottata la “Legge per il trattamento paritario” che stabilisce che non si possono usare parti nude del corpo femminile per pubblicizzare prodotti che non siano direttamente correlati ad essi.

In Belgio vi sono due autorità (una per la lingua francese e una per il fiammingo) e la legge richiede una particolare attenzione ai messaggi in cui viene usato il corpo umano senza alcun legame con il prodotto commercializzato.

In Francia la legge stabilisce esplicitamente che la pubblicità non può ridurre la persona umana, e in particolare la donna, a un oggetto.

Riferimento al genere fanno anche i codici di autocontrollo adottati in Germania, Ungheria e Irlanda, mentre in Polonia e in Olanda si proibiscono in generale discriminazioni tra uomo e donna nella rappresentazione commerciale del corpo umano.

La legislazione più avanzata è quella svedese, dove si proibisce in maniera esplicita la visione tradizionale dei ruoli sessuali e si condannano gli stereotipi.

In Gran Bretagna ci sono tre enti preposti al controllo preventivo dei messaggi: uno per la stampa, cinema, e-mail e media in generale, uno per la televisione e uno per la radio.

In Spagna la pubblicità sessista è illegale e la sua proibizione è sancita nella legge contro la violenza di genere, del 28 dicembre 2004 “Misure di prevenzione contro le violenze di genere” e dalla legge costituzionale del 22 marzo 2007 per la parità effettiva tra gli uomini e le donne, che dedica un intero titolo (III) ai mezzi di comunicazione ed alla pubblicità, imponendo specifici obblighi al sistema radiotelevisivo pubblico, all’agenzia giornalistica pubblica e al settore pubblicitario di trasmettere un’immagine egualitaria, plurale e non stereotipata delle donne e degli uomini nella società.

A quest’ultimo riguardo quindi la pubblicità e gli stessi mezzi di comunicazione possono apportare un fondamentale contributo al mutamento sociale, poiché riflettono la ripartizione dei compiti tra donne e uomini, la stessa partecipazione alla vita sociale e l’identità di genere.

Dunque, anche la pubblicità e i mezzi di comunicazione, in considerazione del notevole impatto sociale che esercitano in ragione delle nuove e moderne tecnologie non più limitate al mezzo televisivo e in ragione del fatto che indubbiamente contribuiscono ormai a formare in modo determinante l’immagine stessa della donna e dell’uomo, devono contribuire a creare le condizioni per questa trasformazione sociale, non ledendo il rispetto della dignità umana e non mostrando alcuna forma di discriminazione di genere.

La presente normativa intende tutelare la dignità della donna e dell’uomo nella pubblicità e nei mezzi di comunicazione e promuovere l’affermazione di una loro immagine egualitaria e non stereotipata nella società (art. 1).

Il disegno di legge, ispirandosi a modelli già praticati in altri Stati in Europa, sceglie di adottare norme di tipo non solo repressivo, ma anche promozionale (art. 1).

Ai sensi del presente disegno di legge si considera pubblicità qualsiasi forma di messaggio che venga diffuso, in qualsiasi modo, nell’esercizio di un’attività commerciale, industriale, artigianale o professionale allo scopo di promuovere la vendita di beni mobili o immobili, la costituzione o il trasferimento di diritti ed obblighi su di essi oppure la prestazione di opere o di servizi. Per mezzi di comunicazione si intendono la stampa, il cinema, la radio, la televisione e internet, siano essi pubblici o privati (art. 1).

Questo progetto considera illecite la pubblicità e la comunicazione che utilizzino il corpo delle donne e degli uomini in modo offensivo della dignità della persona. Tra le altre si prevede come illecita la comunicazione pubblicitaria che assimili le immagini o parti del corpo a oggetti o prodotti commerciali che vengono pubblicizzati (art. 2).

Le Amministrazioni pubbliche sono tenute a promuovere accordi che contribuiscano a favorire l’attuazione della disciplina posta dal disegno di legge, da parte degli stessi mezzi di comunicazione (art. 3).

Questi ultimi devono trasmettere infatti una immagine egualitaria e plurale, nonché non stereotipata di donne e uomini. Inoltre, sono tenuti a diffondere la conoscenza e la diffusione del principio di parità di genere (art. 4).

All’art. 5 si prevede l’istituzione di una Commissione garante nominata di comune intesa dal Ministro del Lavoro e da quello per le Pari opportunità e dai rappresentanti delle Camere di commercio, delle Associazioni femminili e maschili, delle Organizzazioni sindacali e delle Associazioni di categoria interessate, che valuti la liceità della pubblicità e della comunicazione.

Quale sanzione per il mancato rispetto della disciplina, si prevede all’art. 6 la rimozione immediata della pubblicità illecita, nonché sanzioni di tipo economico (art. 7), nel caso di inadempimento all’ordine di rimozione, previste dal d.lgs. n. 206 del 2005 per quanto concerne la pubblicità e dal d.lgs n. 177 del 2005 per i mezzi di comunicazione. In quest’ultimo settore, si stabilisce una competenza prevalente e specifica per come delineata dalla presente normativa in capo alla Commissione garante rispetto agli altri organi chiamati a intervenire nel settore dei mezzi di comunicazione. I ricorsi contro le decisioni adottate dalla Commissione rientrano nella competenza esclusiva del giudice amministrativo.

Il disegno di legge, inoltre, intende ispirare la disciplina in materia di pubblicità commerciale sessista oltre che a principi sanzionatori, anche ad azioni di promozione.

A tale fine, si istituisce il “distintivo” aziendale che permette di riconoscere le aziende che usano pubblicità non discriminatoria e rispettosa del principio di parità e di rispetto delle figure femminili e maschili (art. 8).

Si stabilisce l’emanazione del regolamento attuativo entro sei mesi dall’entrata in vigore della legge (art. 9), che stabilirà, oltre al numero e alle modalità di nomina dei componenti la Commissione e la loro durata in carica, anche le procedure di concessione del distintivo.

Da ultimo (art. 10), si prevede a carico delle Università, delle Amministrazioni pubbliche, della Commissione di cui al Codice per le Pari Opportunità e della Commissione garante il compito di promuovere attività formative e iniziative pubbliche per la diffusione di una comunicazione rispettosa dei principi contenuti nella presente legge. Una particolare attenzione inoltre dovrà essere riservata a favorire l’equilibrata socializzazione di genere e l’adeguato sviluppo di bambini e adolescenti, che potrebbero venire compromessi dalle pubblicità e dalle comunicazioni vietate dalla presente legge.